DURACINQUEMINUTI — Il Metasymposium
Crowin’ Hill Metasymposium 2012 — Una testimonianza dal vivo
Molti anni fa, una piccola costellazione di artisti, musicisti, viandanti, amici e abitanti temporanei si radunò per un metasymposium di scultura su pietra sulle colline di Collecorvino, in provincia di Pescara. Il posto era conosciuto tra noi come Crowin’ Hill: una casa rurale, a metà tra comune e rifugio creativo, immersa in quel paesaggio dell’entroterra abruzzese in cui ulivi, strade polverose, attrezzi improvvisati e conversazioni incompiute potevano appartenere tutti allo stesso pomeriggio.
Crowin’ Hill non era un’istituzione formale, né una residenza artistica rifinita e organizzata. Somigliava piuttosto a un organismo vivente: a volte caotico, a volte generoso, a volte assurdo, ma sempre vivo. Le persone arrivavano e ripartivano, restavano per qualche giorno o per periodi più lunghi, portavano strumenti, storie, cani, progetti incompiuti, bottiglie, sacchi a pelo, idee e una certa voglia di vivere fuori dalla geometria rigida degli orari ordinari. Era uno di quei luoghi in cui il confine tra lavoro, amicizia, arte e sopravvivenza quotidiana diventava magnificamente sfumato.
In quegli anni frequentavo regolarmente quel posto e, per un periodo, ci ho anche vissuto. Lì ho incontrato molte persone diverse: scultori, musicisti, viaggiatori e persone che semplicemente capitavano di passaggio al momento giusto. C’erano gli ulivi da raccogliere nella stagione adatta, e non era certo una cartolina romantica: la raccolta delle olive è un lavoro duro, ripetitivo, fisico. Eppure c’era qualcosa di profondamente gratificante in tutto questo. L’area tra Collecorvino e Pianella è fortemente legata alla produzione dell’olio d’oliva, e vivere lì significava entrare a far parte, anche solo per poco, di quel ritmo agricolo. Era un’esperienza anacronistica nel senso migliore del termine: un ritorno temporaneo alle mani, alla terra, al cibo, al tempo atmosferico, alla fatica e ai pasti condivisi.
Questo cortometraggio documenta uno di quei momenti: il Crowin’ Hill Metasymposium, che ebbe luogo durante la prima settimana di settembre del 2012. Lo ricordo come un evento durato circa una settimana, forse anche di più. La memoria, come un vecchio nastro magnetico, a volte si allunga e si deforma; ciò che resta nitida è l’atmosfera. Le pietre venivano scolpite, le persone si muovevano intorno alla casa e al terreno, le conversazioni si moltiplicavano e la musica appariva naturalmente, senza annunci né luci da palco.
La colonna sonora del video è quasi interamente dal vivo. Gran parte nasce dal suono spontaneo di Giulio Scocchia, la cui tromba diede all’intera scena una qualità strana, luminosa, quasi cerimoniale, e di Marco Firmani, il cui basso acustico ancorava le jam con un impulso caldo e fisico. Non stavano “esibendosi” nel senso convenzionale del termine. Erano semplicemente lì, tra gli scultori, lasciando che il suono crescesse dalla stessa polvere, dagli stessi gesti, dalle stesse battute e dagli stessi rituali improvvisati che modellavano l’evento.
Presi una vecchia videocamera, premetti REC e iniziai a muovermi. Nulla era pianificato. Nessuno storyboard, nessuna vera troupe, nessuna seconda ripresa, nessuna ambizione di realizzare un documentario pulito. Fu una ripresa video non convenzionale, non pianificata, non ortodossa: un vagare tra volti e oggetti, tra polvere di pietra e strumenti, tra gatti e automobili, tra l’assurdo e il tenero. Il risultato è grezzo, instabile, colorato e a tratti psichedelico — proprio come quella giornata.
C’erano cannoni, birra, cibo, vino e quel tipo di lunghe conversazioni che sembrano avere perfettamente senso solo mentre stanno accadendo. A ripensarci, tutto portava con sé una strana eco degli anni Sessanta: non come nostalgia, non come costume, ma come una piccola e autentica esplosione di spirito flower power nell’Abruzzo rurale. Poche persone, qualche pietra, un po’ di musica, una videocamera e una convinzione condivisa — anche solo temporanea — che l’arte non avesse bisogno di permessi per accadere.
Il titolo DURACINQUEMINUTI viene da una storia vera raccontata da Giulio durante l’evento. Era una storia sugli acidi, sulla percezione, sulla durata e sulla natura elastica del tempo — e sì, un frammento di quella storia compare nel cortometraggio.
Certa roba dura solo cinque minuti.
Almeno così dicono…
Il film è diviso in otto sezioni, che seguono la progressione libera e surreale del metasymposium:
- Location
- The Fridge
- A Bogged Car
- Black Kittens
- The Phoney Caller
- The Couch Sdong
- Trip Suite No. 1
- Tuning Pegs
Ogni suono nel video è stato registrato in presa diretta dal vivo attraverso il microfono interno della videocamera. Nessuna ricostruzione in studio, nessuna colonna sonora post-sincronizzata, nessuna illusione di audio pulito: solo un altro vecchio homebrew movie in qualità VHS firmato - il vostro affezionatissimo - Milletgrain, recuperato dagli archivi.
Un sentito ringraziamento a Sergio Ciaccio, Francesca Ciaccio e Carlo Di Costanzo per tutto: per il posto, per l’ospitalità, per lo spirito di Crowin’ Hill e per aver reso possibile quella costellazione temporanea.